Gli ultrasuoni in fisioterapia

In fisioterapia gli ultrasuoni forniscono un aiuto fondamentale nel trattamento di numerosi disturbi. Si tratta, essenzialmente, di vibrazioni acustiche che l’orecchio umano non è in grado di percepire e che in ambito terapeutico vengono ottenuti in maniera artificiale utilizzando la proprietà di cristalli minerali che subiscono l’azione di un campo di corrente alternata. Comprimendosi e dilatandosi, tale campo emette le vibrazioni degli ultrasuoni: l’irradiazione così prodotta dà vita a un micro-massaggio di grande intensità che interviene sui tessuti in profondità. Come conseguenza della vibrazione, le strutture intercellulari e cellulari si urtano e generano calore: insomma, oltre a un effetto meccanico, si produce anche un effetto termico. La terapia con ultrasuoni permette di rilassare muscoli contratti e ha un effetto antalgico; da non sottovalutare, inoltre, l’effetto trofico e l’azione fibrotica. Per esempio, la ultrasuonoterapia risulta particolarmente indicata per epicondiliti, morbo di Dupuvtren, periartriti di omero e scapola (anche con calcificazioni), nevriti, sciatalgie. Assolutamente controindicata, invece, in presenza di flebiti acute, osteoporosi e neoplasie situate vicino agli organi sessuali.

Particolarmente utile, per esempio, si rivela la terapia ad ultrasuoni per il trattamento del colpo di frusta. Nel momento in cui gli ultrasuoni entrano all’interno del corpo, le varie particelle interne, per effetto delle vibrazioni, vengono mosse, e la stessa cosa accade per il liquido infiammatorio, che di conseguenza risulta stimolato a riassorbirsi. Gli ultrasuoni, in pratica, non sono altro che onde acustiche la cui frequenza è compresa tra uno e tre mega-hertz. Ottenuti attraverso lo stesso metodo impiegato per l’ecografia, vengono prodotti sfruttando il cosiddetto effetto piezoelettrico inverno.
Gli ultrasuoni, inoltre, producono calore cedendo al tessuto che attraversano energia. Un secondo effetto causato è quello dell’incremento della permeabilità della membrana delle cellule, che agevola dunque l’ingresso di sostanze nutrienti e al tempo stesso l’eliminazione delle scorie. Occorre sottolineare che nel corpo le onde penetrano in maniera inversamente proporzionale rispetto alla frequenza. Per fare un esempio, gli ultrasuoni con una frequenza di tre mega-hertz raggiungono una profondità di un centimetro, mentre gli ultrasuoni con una frequenza di un mega-hertz raggiungono una profondità di tre centimetri. Va detto, per altro, che l’applicazione sul corpo non risulta dolorosa e tantomeno invasiva.

ULTRASUONOTERAPIA

La macchina che genera gli ultrasuoni è composta da una testa emittente e un generatore di corrente, e produce una potenza di uscita inferiore ai tre watt. Il trattamento, in genere, dura al massimo dieci o quindici minuti, e i modi di applicazione possibili sono due: con la testina fissa o con la testina mobile. Il primo modo viene utilizzato quando l’area che deve essere trattata è piuttosto limitata, come per esempio uno sperone calcaneare; al secondo modo, invece, si ricorre per zone meno circoscritte. La testina fissa viene bloccata e tenuta ferma attraverso un braccio meccanico, mentre la testina mobile, chiamata anche testina a massaggio, impone che il fisioterapista scorra sulla cute del paziente il manipolo, eventualmente frizionandolo. Gli ultrasuoni si rivelano particolarmente efficaci per il trattamento di capsuliti, tendiniti, borsiti, artrosi, ematomi organizzati, infiammazioni articolari, tessuti cicatriziali, flogosi e calcificazioni periarticolari, soprattutto nella prima fase. Per fare un esempio, diversi studi evidenziano che grazie all’applicazione degli ultrasuoni la frattura della tibia guarisce in tempi ridotti del quaranta per cento rispetto alla norma.
Le controindicazioni, viceversa, valgono specialmente per vene varicose, protesi articolari, osteoporosi con turnover alto, tessuti neoplastici, tromboflebiti e gravidanze, oltre a presenze di frammenti di natura metallica. Grazie alla terapia ad ultrasuoni l’osteopatia e la fisioterapia permettono di risolvere diversi disturbi in maniera semplice e rapida. L’approccio si rivela decisamente dolce, e naturalmente pone al primo posto il rispetto dell’intera struttura anatomica. Per quel che riguarda il colpo di frusta, per esempio, l’ultrasuono interviene sulla zona soggetta a uno spostamento inatteso e brusco, e risolve il problema senza trattamenti dolorosi.

Le tecniche di applicazione sono essenzialmente due: a immersione o per contatto. Si ricorre al primo caso nel momento in cui le zone che devono essere trattate si rivelano molto dolenti oppure troppo piccole: l’organo colpito dalla patologia viene immerso in acqua a una temperatura di trentasette gradi. La tecnica per contatto, invece, prevede l’utilizzo di elettrodi, mobili o fissi, che entrano in contatto con la cute, separati – in caso di necessità – da un gel). Per la modalità a contatto i tempi vanno da un minimo di cinque a un massimo di dieci minuti, mentre per l’applicazione della modalità a immersione richiede al massimo quindici minuti (ma bisogna fare attenzione a evitare che la temperatura dell’acqua si abbassi: in quel caso, l’efficacia della terapia si riduce). Sebbene gli effetti positivi degli ultrasuoni in fisioterapia risultino provati fisicamente, è opportuno segnalare che l’efficacia reale, in presenza di patologie ossee, muscolari o tendinee o di ematomi, infiammazioni e fratture, dipende da diversi fattori, che non sempre possono essere quantificati. Ci riferiamo, per esempio, alla frequenza di applicazione e al numero di sedute, alla correttezza delle modalità e alla frequenza delle onde.

ultrasuoni-acqua

Si tratta, come si può facilmente intuire, di fattori talvolta aleatori e variabili (per esempio è difficile controllare che nell’intera durata del trattamento la temperatura dell’acqua venga mantenuta costante). In altre parole, più che risultati di guarigione sicuri, è lecito aspettarsi, dalla fisioterapia con ultrasuoni, notevoli riduzioni del dolore: essa, dunque, si rivela ideale per nevriti e sciatalgie, anche se molti studi evidenziano effetti curativi nell’azione di disgregazione delle calcificazioni.
In conclusione, si può sostenere senza timore di essere smentiti che l’applicazione degli ultrasuoni in fisioterapia rappresenta una soluzione indicata per alleviare il dolore e ridurre la sofferenza in presenza di numerosi disturbi: per poter ottenere risultati definitivi, tuttavia, in alcuni casi è bene affiancare alle onda ad alta frequenza altre terapie.

 

La ionoforesi in fisioterapia

Quando si parla di ionoforesi in ambito fisioterapico si fa riferimento a un genere di elettroterapia antalgico che sfrutta la corrente unidirezionale continua allo scopo di trasferire medicamenti allo stato ionico, in maniera tale da evitare di iniettare i medicinali stessi mediante aghi. Lo scopo, in sostanza, è quello di usare lo stato di ione del farmaco per non provocare alcun tipo di dolore. Risulta evidente, pertanto, il vantaggio che può derivarne nel momento in cui esso viene applicato in fisioterapia. Dal punto di vista tecnico, succede che la corrente trasporta verso l’elettrodo con il polo opposto gli ioni medicamentosi. Essi, attraverso le ghiandole sudoripare e i dotti piliferi, trovano il canale di passaggio. Parte degli ioni, nel derma profondo, si introduce nel circolo capillare; la parte rimanente, invece, si lega alle proteine e quindi si immagazzina in depositi attivi a cessione lenta. Questo tipo di trattamento viene eseguito utilizzando uno strumento dotato di due elettrodi, uno negativo e l’altro positivo, costituiti da una speciale gomma conduttiva attraverso la quale il farmaco selezionato per la terapia viene somministrato. La fiala del medicinale viene distribuita e spalmata su una superficie dell’elettrodo, assorbente: superficie che quindi viene posizionata nel punto che corrisponde alla zona che deve essere trattata (e di conseguenza l’altro elettrodo viene collocato in prossimità del primo). A questo punto, può iniziare il trattamento vero e proprio, mediante l’accensione dell’apparecchio che sfruttando la corrente trasferisce gli ioni del medicinale nelle aree che hanno bisogno del trattamento.

ionoforesi-apparecchiatura

Tra i vantaggi che la ionoforesi consente di ottenere, occorre segnalare che si tratta di un sistema terapeutico in grado di far assorbire alla zona malata un quantitativo di medicinale superiore fino a cento volte rispetto al medesimo medicinale che venisse assorbito per via orale e quindi per via gastrica. Il farmaco va collocato sull’elettrodo a seconda della sua polarità: in altre parole, se la polarità del farmaco è positiva, esso deve essere applicato sul polo positivo; se la polarità del farmaco è negativa, esso deve essere applicato sul polo negativo; se il farmaco è bipolare, infine, l’applicazione è indifferente. La corrente veicola, una volta distribuito il farmaco e posizionati i due elettrodi a una distanza di circa venti centimetri l’uno dall’altro, il farmaco ionizzato, con gli ioni del farmaco che si spostano in direzione del polo opposto fino al totale assorbimento. Per fare qualche esempio, tra le soluzioni medicamentose e i principi attivi con polarità negativa si segnalano l’acetilsalicilato di lisina, il flumetasone e il diclofenac sodico. Si caratterizzano per polarità positiva l’idrocortisone, il glicole salicilato, il fenilbutazone, il dantrolene e il baclofene; è bipolare, invece, la benzidamina cloridrato.

Come si può facilmente capire, dunque, l’introduzione della ionoforesi nel settore della fisioterapia si traduce in un vantaggio evidente per il paziente, che si avvale di un farmaco efficace e somministrato in maniera per nulla dolorosa. L’introduzione del medicinale attraverso l’epidermide, vale a dire la somministrazione per via transcutanea mediante la corrente galvanica svolge la stessa funzione di un’iniezione priva di ago, con il beneficio che le terminazioni nervose risultano iperpolarizzate. Non solo: gli ioni hanno la possibilità di legarsi a specifiche proteine proto-plasmaticbe, mentre il principio attivo viene introdotto da solo, senza alcun tipo di veicolante od eccipiente. Da notare, inoltre, che viene evitata la somministrazione endovenosa, intramuscolare od orale: insomma, per via sistemica.

Ionoforesi

È opportuno mettere in evidenza che a proposito della via di somministrazione la via sistemica si segnala per alcune controindicazioni, nel senso che i diversi medicinali presentano il rischio di effetti collaterali che possano colpire i sistemi anatomici e i diversi organi. Il farmaco, infatti, per assicurare un’azione terapeutica valida, deve raggiungere per forza di cose una concentrazione ematica (vale a dire una percentuale di farmaco che gira nel sangue) che assicuri l’efficacia dell’azione. Di conseguenza, nel circolo vascolare sono presenti, oltre al farmaco, anche metaboliti del medicinale che vengono prodotti dal fegato, che l’organismo deve smaltire tramite varie vie, inclusa la via renale. Non va sottovalutato, inoltre, il danno indiretto che il farmaco provoca sugli altri organi, a causa della modifica delle condizioni in cui essi agiscono. Basti pensare all’apparato digestivo, all’interno del quale diversi medicinali incidono sull’equilibrio acido-base, con risultati non sempre positivi (gastriti determinate dal consumo dei famosi Fans). Ecco perché la ionoforesi in fisioterapia si rivela altamente consigliata. Inoltre, l’applicazione diretta sulla zona da trattare permette di diminuire i tempi terapeutici, facendo regredire i sintomi in minor tempo.

Dunque, affezioni dolorose che interessano l’apparato scheletrico e muscolare derivanti da strappi, cervicale, lombalgia, sciatica, artrosi e artrite vengono curate semplicemente circoscrivendo alla zona interessata l’effetto terapeutica. Altro elemento che merita di essere preso in considerazione riguarda l’opportunità di introdurre unicamente il principio attivo del medicinale in forma ionica, escludendo quindi eccipienti che spesso causano reazioni avverse. Il medicinale in forma ionica, infatti, si lega alle proteine prot-plasmatiche, e aumenta il loro tempo di permanenza nella zona da curare. In precedenza si è accennato anche alla cosiddetta iperpolarizzazione delle terminazioni nervose: il risultato è un innalzamento della soglia di eccitabilità, e di conseguenza il cosiddetto effetto Tens, che corrisponde a un alto effetto antalgico. Come si vede, in conclusione, sono davvero numerosi i vantaggi derivanti dall’introduzione della pratica medica della ionoforesi nei trattamenti di tipo fisioterapica. L’assunzione di sostanze pure e l’assenza di qualsiasi tipo di dolore rendono la cura efficace, veloce e piacevole.

Detto che l’elettroterapia tramite ionoforesi risulta controindicata per i pazienti con epilessia, mezzi di sintesi metallici, pace-maker, lesioni cutanee ed ipoestesia cutanea, non resta che consigliare l’applicazione di tale trattamento ove possibile: esso, naturalmente, deve essere consigliato e attuato unicamente previa analisi effettuata dallo specialista e dal fisioterapista, che valuterà le condizioni migliori per attuare la ionoforesi nel trattamento di algie, dolori e strappi.

 

Il bendaggio funzionale

Quando si parla di bendaggio funzionale si fa riferimento a una tecnica di immobilizzazione solo parziale il cui obiettivo è quello di limitare i tempi di guarigione che i metodi e le tecniche di immobilizzazione tradizionali presuppongono. Succede, infatti, che un’articolazione viene messa in scarico e quindi protetta rispetto alla direzione di movimento patologica e dolorosa, e non interamente. Questo tipo di tecnica, che viene messa in pratica mediante l’applicazione specifica di cerotti adesivi e bende, è stata introdotta in ambito fisioterapico e messa a punto da un team di ricercatori statunitensi negli anni Sessanta.

Le bende impiegate si differenziano per le misure diverse, da sei, otto e dieci centimetri, oltre che per il livello di estensibilità. Le bende possono essere elastiche in lunghezza, elastiche in larghezza oppure elastiche in entrambe le direzioni. Il loro utilizzo, naturalmente, dipende dalle indicazioni fornite dal fisioterapista. Il tape o cerotto anaelastico viene usato al fine di bloccare nelle direzioni desiderate l’articolazione. Occorre precisare che il confezionamento e la preparazione di un bendaggio funzionale rappresentano sempre la conseguenza di una decisione medica. Tali operazioni, dunque, possono essere consigliate in seguito a una lussazione o a un trauma distorsivo, oppure come soluzione per una micro-frattura o una lesione muscolare; vi si può ricorrere, inoltre, in presenza di gonfiori evidenti ed edemi. E’ importante evitare di bendare pazienti che presentano problemi dermatologici o comunque allergie al collante riconosciute. Il bendaggio, che non può essere assolutamente bagnato, solitamente viene rimosso dopo un periodo do quattro o sette giorni, durante i quali comunque è possibile svolgere le consuete attività quotidiane. Si tratta, in sostanza, di un presidio di contenzione dinamica utile e pratico.

Bendaggio-funzionale-caviglia

In concreto, esso impiega bende adesive, inestensibili ed estensibili a seconda delle esigenze, che combinate opportunamente consentono di proteggere in maniera ottimale le singole strutture legamentose, tendinee e muscolari da agenti pato-meccanici o agenti potenzialmente pato-meccanici, senza che l’articolarità fisiologica risulti limitata. Tra le proprietà rivestite dal bendaggio dinamico va segnalata senza dubbio un’azione meccanica, cui si aggiungono un’azione propriocettiva, un’azione fisiologica e il cosiddetto effetto cerotto, che svolge una funzione esterocettiva. Occorre adottare precauzioni particolari in presenza di malattie dermatologiche, turbe circolatorie, allergie agli adesivi, rotture tendinee, fratture recenti e ampie lesioni aperte. Ideali per distorsioni e lussazioni, i bendaggi di questo tipo svolgono una funzione di stabilizzazione passiva rispetto alle articolazioni.

Non va dimenticato, per altro, che i bendaggi funzionali possono svolgere anche un’azione preventiva, venendo impiegati per allenamenti e gare con la finalità precisa di proteggere le strutture più vulnerabili (anche solo potenzialmente) rispetto a sollecitazioni specifiche, dovute a difetti acquisiti o congeniti, instabilità croniche, difetti di portamento, carichi iterativi con effetti cumulativi e lesivi. In questo caso, tuttavia, i bendaggi preventivi vanno rimossi al termine dell’allenamento o della gara. I bendaggi propriamente terapeutici, d’altra parte, vengono impiegati per trattare lesioni micro-traumatiche croniche o traumatiche acute per le quali il danno patologico e anatomico è assente o comunque contenuto.

Infine, i bendaggi riabilitativi svolgono una funzione essenzialmente di recupero: si ricorre ad essi nel momento in cui, essendo la lesione guarita (a prescindere dalla gravità del trattamento) si desidera ottenere un ripristino rapido dell’articolarità completa.
Questo tipo di bendaggio, poi, favorisce la ripresa della coordinazione motoria e della vigilanza propriocettiva, fondamentali per far sì che la persona si trovi nella miglior condizione di forma possibile. Le funzioni meccaniche esercitate sono di scarico, sostegno, compressione e stabilizzazione. All’interno del bendaggio funzionale, merita una citazione a parte il cosiddetto taping. Con tale termine si individua l’insieme dei bendaggi preparati e messi a punto in vista di un impegno sportivo, generalmente per sostenere i primi allenamenti che seguono un infortunio. In questi casi, non viene usato alcun tipo di bene elastiche: si ricorre, invece, a cerotti inestensibili che devono essere tolti subito dopo l’utilizzo. Non deve essere sottovalutata, per altro, l’importante funzione psicologica che il bendaggio ricopre. Una persona dotata di bendaggio, infatti, riesce a ritrovare con maggiore facilità quel senso di sicurezza fondamentale per una vigilanza soggettiva superiore e un rendimento atletico più elevato. Il ruolo anti-flogistico e antalgico, invece, è strettamente connesso al riposo funzionale che sulla struttura lesa viene prodotto dal bendaggio. Anche in questo modo, il ripristino della condizione fisica e il ritorno alle normali attività vengono resi più veloci.

Dal punto di vista tecnico, lo sviluppo e lo studio del bendaggio funzionale hanno offerto la possibilità di codificare diversi principi basilari che dovrebbero essere tenuti a mente dal fisioterapista. È necessario, quindi, effettuare una diagnosi avvalendosi dei supporti strumentali e clinici necessari, prima di analizzare la fisiopatologia relativa al movimento traumatica. Il materiale che deve essere applicato sulle zone da salvaguardare (o, per meglio dire, sulle proiezioni sulla pelle delle strutture da proteggere) deve essere poco. Evidentemente, spetterà al professionista incaricato di eseguire il bendaggio conoscere le diverse tecniche del taping e applicare quella più indicata, scegliendo tra bendaggi intrecciati, a palizzata, a ventaglio, a farfalla, eccetera. Al tempo stesso, risulterà opportuno selezionare materiali specifici che presentino proprietà strutturali efficaci.

Come già accennato, sarebbe preferibile evitare di conservare il bendaggio per più di dieci giorni: in caso contrario, infatti, si rischia di dare vita a fenomeni di irritazione della pelle, con conseguenze potenzialmente piuttosto dannose. Prima della posa delle bende, la cute deve essere preparata in maniera adeguata depilandola e, attraverso il ricorso a benzoino e sostanze sgrassanti, migliorandone l’adesività. Un bendaggio funzionale correttamente effettuato presuppone l’utilizzo di compresse di gomme schiuma di dimensioni e forme differenti, di maglia tubulare di rifinitura e di salva-pelle, oltre che naturalmente di bende adesive, che costituiscono la base di qualsiasi tipo di intervento protettivo o preventivo.

 

La dentizione del Bambino

Lo sviluppo dei denti dei bambini segue una tempistica che solitamente varia da un caso all’altro, ma che sostanzialmente ha un percorso ben preciso. Quando il bambino è ancora nel grembo materno, intorno alla sesta settimana, si forma la lamina dentale da cui in seguito si svilupperanno i denti da latte. Sempre in questo periodo si formano le gemme dentarie. In seguito, quando il bambino nasce si sono già formate le corone dei denti da latte.

Ma veniamo alla comparsa vera e propria dei primi dentini da latte. Il calendario che viene proposto è indicativo. Ogni bambino segue una sua personale tempistica che può variare rispetto agli intervalli canonici di sviluppo.
La dentizione decidua può fare la sua comparsa già dal terzo mese di vita del neonato. Solitamente nel periodo compreso tra il sesto e il decimo mese compaiono gli incisivi centrali inferiori. Tra l’ottavo mese e l’anno possono spuntare anche gli incisivi superiori. Tra il nono mese e l’anno di vita è la volta degli incisivi laterali sia superiori che inferiori.
Tra il dodicesimo e il diciottesimo mese tocca ai molari, anche in questo caso sia superiori che inferiori. Per vedere i canini invece bisogna attendere tra l’anno e mezzo e i due anni.

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La dentizione da latte si completa poi entro i due anni e mezzo (30 mesi) con i secondi molari. Complessivamente la dentatura da latte di un bambino è composta da 20 denti: 8 incisivi, 4 canini e 8 molari. Ci sono bambini che non rispettano queste scadenze e in alcuni casi i primi denti da latte possono fare la comparsa addirittura verso il primo anno di età. Non è una situazione preoccupante in quanto il bambino è comunque in grado di masticare cibi morbidi anche con le sole gengive.

Durante la comparsa della dentizione decidua (da latte) sono inevitabili alcuni fastidi. Le reazioni dei neonati sono abbastanza tipiche. Le gengive si gonfiano, diventano molto più sensibili e iniziano a prudere e a premere, di conseguenza c’è una normale tendenza a mettere in bocca qualsiasi oggetto che possa alleviare questa sensazione nuova e fastidiosa. Il bimbo cerca sollievo in tutto ciò che dia sollievo, magari rinfrescando la zona più irritata. Sempre in questo periodo si ha una sovrabbondante produzione di saliva (scialorrea). In certi casi la zona intorno intorno alla bocca e sul mento, spesso bagnata, si potrebbe arrossare.
Altro sintomo tipico di questo periodo può essere l’insorgenza di qualche linea di febbre. Parliamo di livelli in realtà piuttosto bassi con temperature che di rado superano i 37,7°. Soltanto in casi di febbre più alta si può utilizzare il paracetamolo sempre dopo aver consultato il proprio pediatra. Infine si ha spesso un malessere diffuso da parte del neonato. Si va da un’accentuata irritabilità alla perdita di appetito, da sbalzi d’umore a qualche disturbo durante le ore di sonno.

Ci sono dei semplici accorgimenti che si possono utilizzare per alleviare alleviare questi fastidi. In primo luogo esistono pomate o creme gengivali per ridurre la sensazione di caldo e prurito. Alcuni prodotti omeopatici possono essere utili.
La Camilia, composta da tre principi attivi (Chamomilla 9CH, Belladonna 5CH e Ferro phosphoricum 5CH9) si è spesso dimostrata un’ottima soluzione al problema. Il dolore dovrebbe scomparire nel giro di pochi giorni e non ci sono effetti collaterali.
Altre soluzioni fornite dalla natura sono l’erba gatta, il timo e la calendula: sempre con le stesse modalità. Un altro rimedio molto usato è quello di massaggiare le gengive con una garza sterile imbevuta di acqua fredda, o con olio d’oliva, o con gel specifici. Si può anche dare da mordere al neonato oggetti specifici per il problemi. Ne esistono in commercio di diverse tipologie: anelli o animaletti, che contengono al loro interno un liquido refrigerante che mantiene fresco l’oggetto e quindi un utile rimedio al dolore del momento.

È importante curare sempre l’igiene della bocca dei neonati. Anche se si tratta di denti da latte, se trascurati, possono formarsi le prime carie anche in tenerissima età. Per mantenere puliti i dentini è sufficiente dopo ogni pasto solido passare una garza inumidita o un ditale di gomma per asportare i residui di cibo. Dal dodicesimo mese in avanti si possono iniziare a utilizzare i primi spazzolini a setole morbide.

Esistono dei fattori legati al biberon che possono provocare più facilmente le carie. In particolar modo se il bambino è abituato a fare la poppata prima di andare a dormire: in questi casi il liquido resta più a lungo nella bocca del bambino in quanto il ritmo della suzione rallenta, gli agenti che favoriscono la nascita delle carie possono quindi proliferare più facilmente. Anche l’abitudine di mettere zucchero o miele sul ciuccio è fattore di pericolo per la salute dei denti dei bambini. Infine anche l’assunzione di cibi eccessivamente ricchi di zuccheri aumenta il rischio di carie, oltre che essere dannoso per la salute del bambino.

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Solitamente la prima visita dal dentista, salvo casi particolari dovrebbe avvenire verso i cinque o sei anni. La dentizione definitiva ha inizio solitamente dal sesto anno di vita. In totale la dentizione definitiva presenta 32 denti complessivi. I 20 denti da latte sono sostituiti da 20 denti permanenti anteriori, (incisivi e canini sono sostituiti dagli omologhi permanenti, mentre i molari lasciano il posto ai premolari).
I 12 molari definitivi non sostituiscono alcun dente da latte, ma occupano lo spazio che si crea nella parte posteriore della bocca grazie alla crescita naturale e progressiva delle ossa della mandibola. Sempre intorno ai 6 anni di età compare il primo dente permanente: si tratta di un molare. Gli ultimi denti permanenti che compaiono sono il secondo molare inferiore tra gli 11 e i 13 anni, il secondo molare superiore tra i 12 e i 13 anni, mentre i terzi molari o i denti del giudizio solitamente fanno la loro comparsa tra i 17 e i 21 anni.

Da quando compaiono i primi denti definitivi la cura e l’igiene della propria bocca diventa ancora più importante. Quindi al sesto anno di vita il bambino dovrebbe essere già in grado di lavarsi i denti correttamente e in autonomia in modo da poter prendersi cura dei denti che comporranno la sua dentizione definitiva.

Osteopatia pediatrica

L’osteopatia pediatrica serve per intervenire nel momento in cui traumi che si verificano nel corso dell’infanzia vanno a scompensare e alterare l’integrità strutturale dei piccoli, predisponendoli a problemi futuri. La nascita stessa, in realtà, determina pressioni enormi sull’infante, con particolare riferimento alla loro testa. Dopodiché, nel corso dell’infanzia capitomboli e cadute che capitano ogni giorno contribuiscono in maniera significativa alla possibile comparsa di problemi pediatrici. Epistassi, insonnia, difficoltà della suzione, rigurgiti, coliche infantili, disturbi digestivi, tono muscolare anormale, enuresi, infezioni del tratto urinario, respiratorie o dell’orecchio: sono tanti i problemi che possono essere curati tramite l’osteopatia pediatrica.
Si comincia, come detto, immediatamente dopo la nascita, che rappresenta l’evento più stressante, dal punto di vista fisico, dell’esistenza di un essere umano. Quando il neonato viene spinto contro il canale vaginale, è sottoposto a forze piuttosto violente: deve torcersi e ruotarsi, mentre le ossa pelviche lo comprimono nel suo viaggio verso l’esterno. Tali stress vengono assorbiti con relativa facilità dal cranio del neonato: le ossa morbide, infatti, si piegano, sovrappongono e deformano durante la discesa del piccolo.

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Tuttavia a volte, come risultato del travaglio, può accadere che i neonati vengano alla luce con un cranio la cui forma è piuttosto strana. Con il passare dei giorni, nei primi tempi di vita extra-uterina, poi, la testa perde la sua grande plasmabilità. L’osteopatia neonatale sul cranio può migliorare e alleviare eventuali tensioni e stress sperimentate dal piccolo: quando urla, piange e si dimostra irritabile, per esempio, egli sta manifestando una sensazione di dolore e pressione sul cranio, che rischia di peggiorare nel momento in cui si distende. Da non sottovalutare, inoltre, sono le difficoltà che si sperimentano durante l’alimentazione: può succedere, infatti, che il neonato durante la poppata ingurgiti una quantità notevole di aria, che rischia di rendere difficoltosa l’alimentazione: di conseguenza, si procurano stress meccanici a gola, volto e cranio. Per esempio, i nervi della lingua possono irritarsi nella parte che esce dal cranio, così che la suzione si rivela dolorosa e difficoltosa.

L’osteopatia cranio-sacrale, a volta abbreviata in Ocs, rappresenta un metodo non invasivo, gentile ed efficace per il trattamento di disturbi che coinvolgono i bambini. Si tratta, in sostanza, di uno strumento di valutazione correttivo e preventivo: una semplice seduta dedicata al neonato permette di eliminare o ridurre al minimo le conseguenze di un parto difficile, e al tempo stesso garantire un’ottima salute al piccolo. In realtà, sarebbe consigliabile che ogni neonato ricevesse dei trattamenti di osteopatia cranio-sacrale immediatamente dopo la nascita. Durante l’intera infanzia, per altro, il trattamento dovrebbe essere ripetuto, in maniera che si adegui al processo di crescita.

Ma come avviene la procedura? Semplicemente, il bambino viene fatto posare sul grembo dei genitori, su un lettino o sul grembo dell’osteopata. Questi si preoccupa di controllare con entrambe le mani il ritmo cranio-sacrale. Quindi, adottando manipolazioni gentili la cui forza non supera i tre grammi, l’osteopata corregge le cause della disfunzione e del dolore, usando tecniche dolci. Può accadere che i bambini si sfoghino, liberino le proprie emozioni e si diano al pianto: in ogni caso, non ci si deve preoccupare, perché le tecniche non procurano dolore. La pressione, comunque, non eccede mai i cinque grammi, vale a dire il semplice peso di una moneta.

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Come detto, questo tipo di intervento può essere applicato anche per rimediare ad aria intestinale o coliche, dovute per esempio ad attacchi di pianto, rigurgiti di latte o altri problemi. Le coliche, soprattutto di sera, potrebbero essere provocate da irritazioni nervose, in particolare relative al nervo che parte dalla base del cranio fino allo stomaco (così che la digestione si rivela difficoltosa). Altri disturbi, invece, potrebbero essere causati da diaframma testo. L’approccio dell’osteopata, naturalmente sereno e calmo, serve per trattare i neonati e i bambini con questi problemi. È bene precisare, in ogni caso, che non sempre le tecniche osteopatiche risultano sufficienti, e a volte può rendersi necessario affiancarle ad altre terapie. Altrettanto importante è sottolineare che la mancata cura di problemi strutturali che limitano una corretta mobilità potrebbero causare problemi respiratori come l’asma, problemi urinari come l’enuresi notturna, problemi posturali come la scoliosi, problemi comportamentali come difficoltà di apprendimento, problemi neurologici come paralisi cerebrali e problemi di sviluppo intellettuale e fisico.

L’osteopatia, in sostanza, viene impiegata per curare e prevenire eventuali problemi di salute, agevolando un passaggio salutare verso la vita adulta. Il bambino viene considerato dal professionista un’unità funzionale unica di mente, corpo, spirito ed emozioni, e di conseguenza viene osservato sulla base di una visione olistica. Particolare attenzione deve essere riservata all’abilità palpatoria di chi opera, che spesso da sola permette di diagnosticare con precisione il punto in cui il disturbo della struttura del bambino è collocato.
Vale la pena di puntualizzare che l’osteopatia pediatrica può essere applicata anche per bambini più grandicelli: infezioni all’orecchio o al naso, per esempio, possono essere dovuti in parte a movimenti scorretti, benché la cosa possa risultare strana. Inoltre, uno stress meccanico del corpo, insieme con altri fattori, potrebbe determinare uno sviluppo ritardato del bambino.
Risulta evidente, in conclusione, l’importanza dell’osteopatia pediatrica, le cui cure possono consentire di prevenire traumi e rischi derivanti dall’attività sportiva praticata durante il periodo dell’adolescenza: periodo durante il quale, per altro, si verificano diversi cambiamenti nel corpo umano. Anche in questa situazione l’osteopata può aiutare, con il suo senso tattile sviluppato, a permettere che il corpo assuma la posizione corretta che lo sviluppo richiede.
Trascurare problemi anche di piccola entità può condurre, nel tempo, a problemi seri durante la vita adulta. Ecco perché l’intervento di un osteopata pediatrico rappresenta la soluzione perfetta per la forma fisica e la buona salute di un ragazzo privo di problemi relativi alla crescita.

Patologie del Piede e Ausili Ortopedici

Lo scheletro del piede è formato da 26 ossa che si articolano tra loro formando l’arco plantare. Le ossa del piede vengono distinti in tre gruppi ovvero il tarso, il metatarso e le falangi. E’ questo tipo di disposizione ad arco delle ossa che permette al piede di sostenere il peso di tutto il corpo.
Il piede può essere afflitto da numerose piccole patologie che spesso possono essere risolte con ausili ortopedici in silicone.

Osa-piedi

L’alluce valgo è una delle più comuni affezioni che colpisce moltissime persone, in particolare le donne. Rappresenta una deformità del dito grosso del piede, che appare deviato verso le altre dita, con una contemporanea sporgenza del primo osso metatarsale. Spesso si associa al piede piatto, che si presenta quando un’incurvatura fisiologica dell’arco plantare si appiana, per cui l’intera superficie plantare si appoggia sul terreno. L’associazione delle due patologie viene definita come piede piatto valgo.
Le cause che portano allo sviluppo dell’alluce valgo sono: una certa tendenza familiare a trasmettere il disturbo, una predisposizione costituzionale dovuta al rilassamento dei legamenti, l’obesità, i lavori pesanti sotto sforzo e l’impiego prolungato di calzature non idonee con tacco alto, punta troppo stretta o di scarpe non sostenute.
Il fenomeno si sviluppa nel corso degli anni, in un primo momento, anche per gli sforzi, l’articolazione dell’alluce inizia a gonfiarsi scatenando dolorose infiammazioni che, con il trascorrere del tempo, possono originare l’antiesterica deviazione dell’alluce che può portare ad un’ulteriore deviazione della altre dita. L’alluce deviato si angola alla base e viene irritato dalla continua azione traumatizzante delle scarpe. Si formano quindi borsiti ed igromi ovvero cisti gelatinose che possono infettarsi e dolere. E’ fondamentale iniziare precocemente la correzione di questa patologia e per farlo, in modo adeguato, si potrà ricorre a trattamenti conservativi come gli ausili ortopedici in silicone, i plantari correttivi e le calzature idonee. Perfetti per intervenire su una leggera malformazione sono i divaricatori in silicone medicale, veri spaziatori per separare l’alluce dal secondo dito e, al contempo, evitare il suo sfregamento contro la scarpa. Possono essere indossati sia di giorno che di notte, in quest’ultimo caso sono suggeribili i modelli dotati di una guaina tubolare elastica per evitare di perderli durante i movimenti notturni inconsci.

Un’altra patologia a carico dei piedi è il dito a martello. Rappresenta una deformazione che, abitualmente, colpisce il secondo dito del piede le cui falangi mediane e distale appaiono curvate verso il basso di circa 90 gradi arrivando a creare un angolo retto. Le cause del dito a martello sono le malformazioni congenite, un dissesto muscolo-tendineo che porta alla flessione del dito, i traumi, le malattie reumatiche e nervose, un dito molto lungo, l’ ereditarietà e le scarpe inadeguate troppo strette tanto da costringere il dito a piegarsi nella calzatura durante la camminata. Per attenuare i dolori, dovuti a questa deformazione, si possono impiegare dei cuscini in silicone. Questo ausilio va posizionato sotto le dita del piede e grazie ad un anello rinforzato, di cui sono dotati, fissato ad un dito per evitare spostamenti.

Un’altra malformazione dolorosa è la metatarsalgia. Si manifesta con dolori alle ossa metatarsali che si trovano tra le ossa del tarso e quelle delle falangi e, spesso, con callosità plantari in prossimità dei metatarsi centrali. La metatarsalgia è causata da squilibri di carico legati ad anomalie della lunghezza, della posizione o della motilità dei raggi metatarsali oppure da artrite reumatoide, da diabete, da artrite settica, da patologie a carico dei nervi del piede, oltre che da un eccesso di attività, dall’uso di scarpe strette in punta e con tacco molto alto Si manifesta con dolore durante l’andatura e nei momenti di dolore eccessivo diventa impossibile camminare. Per attenuare i dolori vengono in aiuto delle solette o dei plantari ammortizzati in silicone. Questi ausili proteggeranno il piede dagli impatti che si ricevono durante la deambulazione.

Altra patologia del piede alquanto comune sono i calli detti anche duroni. Sono un notevole ispessimento dello strato corneo determinato da una continua pressione su una zona circoscritta di cute che riveste un piano osseo. I calli traggono la loro origine da malformazioni congenite delle dita, per cui da queste, per esempio, si sovrappongono; da un’insufficienza convessità del metatarso; dall’indossare scarpe eccessivamente strette tanto da comprimere aeree esposte a particolare attrito e dal camminare in modo scorretto. Per poterli curare sarà importante adottare alcune precauzione ovvero portare scarpe ortopediche con la finalità di correggere la convessità del metatarso, indossare calzature comode che non comprimano le dita, abituarsi a camminare in modo appropriato ed indossare anelli, cappucci o cuscinetti in silicone per proteggere le dita. Con questi ausili ortopedici si otterrà un immediato sollievo dal dolore, si allevierà sia la pressione che l’attrito delle dita e si otterrà un’ottima prevenzione della loro formazione.

Da annoverare tra le patologie dei piedi anche le dita accavallate. In questo caso,i tendini e le articolazioni si deformano causando un incrociarsi innaturali delle dita. Per trovare sollievo a questa fastidiosa e dolorosa disfunzione, si dovranno indossare scarpe che si adattino in modo naturale alla forma del piede e con tacchi bassi e fare ricorso ad ausili ortopedici in silicone in grado di creare spazio tra le dita. Questi sostegni permetteranno di riallineare le dita, di evitare che si tocchino tra loro, di fargli ritrovare la loro naturale posizione. Inoltre, hanno anche la funzione di correggere sia l’equilibrio che la distribuzione del peso del corpo sulle dita dei piedi. Consigliabile utilizzare questi ausili sia con le scarpe che a piedi nudi.

Un’altra disfunzione del piede, piuttosto dolorosa, è la tallodinia ovvero un’infiammazione a carico del tallone. Le motivazione che la generano sono molte, tuttavia le più comuni risultano essere l’uso di scarpe con tacchi alti, una postura scorretta, un sovraccarico sia di lavoro che da sport, malattie reumatiche, borsite, obesità e traumi. Si manifesta con un dolore acuto nella zona del tallone e del calcagno. Una buona terapia di mantenimento della tallodinia è quella di adottare talloniere in silicone. Questi dispositivi ortopedici avranno la funzione di diminuire il carico al tallone ed alla caviglia e, quindi,di attenuare il dolore e prevenire il peggioramento della malattia.

Gli ausili ortopedici in silicone sono confortevole, igienici e traspiranti. Rappresentano, senz’ombra di dubbio, un valido aiuto per attenuare e, spesso, rallentare e risolvere queste patologie ed i relativi sintomi, a condizione che vengano consigliati da figure professionali quali medici ortopedici, podologici, e fisioterapisti.